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  storie di cose incontrate
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cosa – io viaggiatore

dove – in me stesso

quando - non lo so. ma forse 25 anni fa

 

 

 

mi sono incontrato non ricordo quando. forse venticinque anni fa. io non viaggiavo molto. anzi. non mi piaceva viaggiare. a dire la verità neanche adesso. ho sempre sofferto di quella che definisco complesso della tartaruga. so che devo spiegarmi. lo faccio attraverso alcuni miei appunti di viaggio: sono molte le motivazioni che stanno dietro ad un viaggio. forse sono tante quante sono i viaggiatori. io so della mia. sono curioso. ci sono così (semplificando) almeno tre modi di viaggiare: il viandante, il turista e il viaggiatore. si può essere il viandante. lo è chi si muove nelle realtà degli altri facendola sua. mi sono sempre chiesto quale sia il suo bagaglio. se ha un bagaglio. verosimilmente è così forte da mantenere la propria identità pur vivendo negli altri. non è il caso mio. ho paura. si può essere il turista, che ne è l’esatto contrario. cioè colui che viaggia rassicurato in tutto e per tutto. la sua realtà viaggia con lui. il gruppo è l’espressione più evidente della sua necessità di essere sempre riconosciuto. non è il mio caso. si può essere viaggiatore. lo è chi viaggia accompagnato dal suo complesso della tartaruga. di regola il suo guscio è la sua macchina che diventa la sua casa, il suo rifugio, che lo mette al sicuro (almeno così lui crede) dall’esterno che, a differenza del turista non gli è altro, ma comunque esterno. porta con se un suo spazio dove si rifugia per ripararsi dall’ansia. soffre, in modo paradossale, allo stesso tempo di claustrofobia e agorafobia. si trova smarrito in mezzo alla confusione, per non avere il tempo di cogliere il suo riflesso. si trova smarrito nel vuoto, per la mancanza di punti di riferimento in cui riflettersi. narciso di oggi nel primo caso non ha il tempo di specchiarsi, nel secondo non ha dove specchiarsi. il viandante non ha bisogno di uno specchio per riconoscersi, perché si specchia totalmente negli altri. il turista invece ha nel gruppo il suo specchio. per il viaggiatore la questione è più complicata. ma è così. e pazienza. sa anche che è illusorio pensare che un guscio preservi dalle insidie più o meno presenti dell’esterno. nella nuova realtà entra con un piede solo, ma non si avventura. entra quel tanto che gli è necessario per vedere come è. non ha mai poi capito se soffre poi anche della sindrome di stendhal. forse sì. ma di fronte alla quotidianità. il peso dell’attenzione (perché quando ci si specchia si è sempre attenti) mette in moto meccanismi complicati. mi viene in mente qui di comunicare che è possibile trovare in questi appunti alcune ripetizioni. avrei potuto evitarle. ma quanto ho scritto è l’insieme di un po’ di appunti presi qua e là in viaggi differenti. mi andava di fare così. allora: io non so bene quello che sono. so quello che non sono. e non sono un antropologo. non sono un filosofo. non sono uno storico. non sono un pedagogo. non sono uno psicologo. resta poco. ecco, io sono questo poco. forse un poeta. io non amo coloro che sanno quando il loro sapere sa di mercato. non amo questo spiegarsi troppo, questo parlare tanto per dire niente. meglio stare zitti. per dire tutto. e qui dico due parole sulle attrezzature e l’abbigliamento impiegato nei miei viaggi. mi sono avvalso di semplici materiali venduti in un qualsiasi negozio di articoli sportivi. non è un particolare da poco quando i viaggi sono stati fatti in modo autonomo con il proprio mezzo di trasporto e, soprattutto, in una civiltà griffata. per questo io non ho mai amato il fuoristrada da quattro passi in centro. non saprei che farmene. ostentare una 4x4 vernice metallizzata, cerchi in lega e interno in pelle è come dire: io sono questo e ammiratemi attraverso lei. è vero. ma solo nelle apparenze. anch’io sono la mia auto. colorata, un po’ ammaccata, che a volte vorrebbe essere e non è. è il mio b-612. niente di importante, per chi non conosce il piccolo principe. così io conosco più il meccanico che non il venditore. è lui quello che conta. è con lui che discuto su cosa si deve fare sul fuoristrada. Allora si parla di balestre, rapporti al cambio, strutture di rinforzo e così via. tutti argomenti che poco interessano chi non ha interesse per i viaggi, che non sono estremi, ma presentano difficoltà di cui oggi se ne fa volentieri a meno. si perdono i percorsi meno noti al turista ormai abituato al prodotto omogeneizzato. nessuna critica. o, peggio, senso di superiorità. si tratta solo di prendere atto che il fuoristrada oggi è più moda che mezzo di trasporto in condizioni difficili. i tuareg, che ormai guidano anche loro 4x4 dagli occhi a mandorla appositamente preparate, si chiedono perché la leva del cambio delle ridotte sia così corto e quindi poco comodo. forse da noi non viene usato. in questo caso non ci sarebbe da stupirsi se un domani questa leva fosse un falso cambio. è capitato a me in thailandia  dove ho noleggiato un fuoristrada: carrozzeria da bigfoot il più possibile cromata e telaio, motorizzazione e trasmissione di una comune vettura. oggi si vive nel mondo dell’apparenza. l’abito fa il monaco. quando il valore di riferimento è esclusivamente legato all’avere. in verità di b-612, di asteroidi voglio dire, ne ho posseduti tanti. per via del tempo. vedete, ora anch'io sono un po' cambiato. mi sono lasciato corrompere dalla dolcezza. mi sposto sempre con una 4x4 ma suv. e vengo alle foto. sono poche (non amo il ricordo per immagine catturata) e dovute ad amici che hanno condiviso con me l’esperienza o, qualche volta, a me stesso. forse ho detto tante cose inutili. forse sarebbe  bastato che io riportassi il testo della prima mostra di giocattoli contestualizzati che ho fatto sotto la preziosa guida di giancarlo perempruner nel lontano 1990. ecco il testo: “nel colore del miele - qui il vento ha cancellato gli angoli dei chilometri e il sole li ha resi colore del miele - una raccolta nata in un momento singolare della sua vita di viaggiatore quando, osservando con puntualità i dettagli delle culture - incontrate - , sente il bisogno di fermarsi sul - dettaglio - ludico che diventa così lo scopo ed il motivo più importante. mino rosso, rinnovato viaggiatore, va così alla ricerca del minimo comune denominatore dell'espressione culturale individuato nel gioco. ogni nuovo viaggio, intrapreso con la speranza di riportare una diversa esperienza, si conclude è vero con un ulteriore arricchimento, ma anche con la conferma che il gioco ed il giocattolo si ripropongono nel mondo in base a schemi determinati e generalizzati. gli appunti di viaggio divengono una diversa lettura antropologica, che seppure rivolta al mondo infantile, non si ferma a questo ma si riversa inevitabilmente sul vissuto quotidiano dell'adulto. la medesima acquisizione del giocattolo rientra sovente nel gioco del baratto dove lo scambio, che elimina la richiesta di elemosina, avviene fra un bene di prima necessità contro un oggetto realizzato con il - lavoro - creativo. stiamo vivendo in un periodo caratterizzato da una nuova antropofagia che contempla l'incremento della propria cultura attraverso l'acquisizione di beni altrui. il possesso del - giocattolo - rappresenta così una appropriazione culturale più evidente che non il - libro - . ma tutto questo é certamente illusorio e l'avventura di questa mostra rappresenta solo il - gioco - di mino rosso”. ancora un’avvertenza. può darsi che in ciò che mi riguarda all’interno dell’intera narrazione, vi siano della contraddizioni. chiedo scusa a chi è rigoroso. senza nemmeno ricordargli che di troppo rigore si muore.

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